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	<title>Moreno Mattioli, Autore a Moreno Mattioli</title>
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	<description>Psicologo e Psicoterapeuta a Varese</description>
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		<title>L&#8217;inconscio oggi: prospettive a confronto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2015 20:47:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Seminari e Congressi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Seminario di Studi “L’inconscio oggi: prospettive a confronto” Presso la sede Ordine degli Psicologi della Lombardia Corso Buenos Aires 75, Milano 7 Febbraio 2015 dalle ore 9.30 alle ore 13.00 Inviare le adesioni a: pozzettiroberto@alice.it ste.pozzoli@gmail.com saranno ammesse le prime quaranta iscrizioni ore 9.30: Saluti del Consigliere OPL Chiara Marabelli ore 9.45: Apertura dei lavori L&#8217;inconscio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Seminario di Studi</strong></h1>
<h2><strong> “L’inconscio oggi: prospettive a confronto”</strong><br />
Presso la sede<br />
Ordine degli Psicologi della Lombardia<br />
Corso Buenos Aires 75, Milano<br />
7 Febbraio 2015<br />
dalle ore 9.30 alle ore 13.00</h2>
<p>Inviare le adesioni a: pozzettiroberto@alice.it<br />
ste.pozzoli@gmail.com<br />
saranno ammesse le prime quaranta iscrizioni</p>
<p>ore 9.30: Saluti del Consigliere OPL Chiara Marabelli<br />
ore 9.45: Apertura dei lavori</p>
<p><strong>L&#8217;inconscio tra rimozione e incontro</strong><br />
Roberto Pozzetti,<br />
Membro Scuola Lacaniana Psicoanalisi e Associazione Mondiale di Psicoanalisi,<br />
Docente Istituto di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica IRPA<br />
Como</p>
<p><strong>L&#8217;inconscio psicoanalitico e l&#8217;inconscio cognitivo</strong><br />
Paolo Migone<br />
Psichiatra, psicoanalista, condirettore rivista Psicoterapia e Scienze Umane<br />
(www.psicoterapiaescienzeumane.it)<br />
Parma</p>
<p><strong>L’Inconscio tra i sensi e il sogno</strong><br />
Stefano Pozzoli<br />
Psicologo clinico e psicoterapeuta, docente di psicoterapia psicoanalitica,<br />
Università degli Studi di Pavia<br />
Pavia</p>
<p><strong>Cervello e inconscio. Annotazioni dalle neuroscienze</strong><br />
Giorgio Rossi<br />
Neuropsichiatra Infantile, Direttore Struttura Complessa<br />
di Neuropsichiatria dell&#8217;Infanzia e dell&#8217;Adolescenza Ospedale Del Ponte<br />
Varese</p>
<p>Ore 12.00 Dibattito e conclusione dei lavori</p>
<p><strong>Con il patrocinio di Ordine Psicologi della Lombardia</strong></p>
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		<title>Come scegliere una Scuola di Psicoterapia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2014 20:46:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoanalisi]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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		<category><![CDATA[scegliere una scuola in psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Molti studenti di Medicina o Psicologia che si sentono interessati ad occuparsi della sofferenza psicologica delle persone attraverso la psicoterapia, spesso si trovano di fronte al problema di come scegliere la scuola che sia più utile per loro. In questo breve articolo vorrei offrire ai miei futuri colleghi alcuni spunti di riflessione. Nel mio modo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Molti studenti di Medicina o Psicologia che si sentono interessati ad occuparsi della sofferenza psicologica delle persone attraverso la psicoterapia, spesso si trovano di fronte al problema di come scegliere la scuola che sia più utile per loro. In questo breve articolo vorrei offrire ai miei futuri colleghi alcuni spunti di riflessione.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mio modo di pensare, il centro del processo terapeutico è l’individuo, la soggettività della persona, e questo vale tanto per il paziente quanto per il terapeuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Le tecniche e le teorie in psicoterapia sono molte (forse anche troppe) ma la centralità di ogni tecnica in terapia “non può prescindere dalla soggettività” di chi applica quella tecnica. Anche le terapie che hanno una manualizzazione del  loro operare e una standardizzazione di applicazione, non possono prescindere dal fattore umano di chi le applica e le utilizza (altrimenti l’applicazione della tecnica potrebbe prescindere dai fattori umani). Questo punto che ho appena sottolineato direi che è uno spartiacque fondamentale nella scelta della scuola, e lo spartiacque sono le motivazioni e le proprie attitudini personali, ovvero gli aspetti più particolari di sé stessi. Questo punto è importante perché ritengo sia fondamentale sottolineare che non ci può essere una scuola che vada bene per tutti, come non ci può essere una psicoterapia che vada bene per tutti i pazienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Direi che la nascita di tante e diverse psicoterapie, non avviene solo in funzione della ricerca di nuove modalità di efficacia nella cura delle persone, ma anche dalla possibilità di costruire delle modalità di cura in cui il terapeuta si possa sentire a suo agio nel momento in cui è chiamato ad aiutare un&#8217;altra persona a far fronte alla propria sofferenza psicologica o psichiatrica. Questo punto non è molto discusso nell’ambito delle diverse teorie e metodologie, personalmente partendo ad un ottica intersoggettiva nella cura, condivido molto le posizioni di Stolorow e Atwood (i fondatori del paradigma Intersoggettivo negli USA) che hanno evidenziato in un loro studio (Faces in Cloud) come la personalità dei grandi teorici delle diverse correnti in psicoanalisi (Freud, Jung, Rank, Reich) hanno di molto inciso in quelli che poi sono diventati gli orientamenti di cura e le teorie soggiacenti. Questo discorso, ritengo che possa essere fatto non solo per la psicoanalisi, ma anche per i diversi approcci in  psicoterapia. Possiamo tranquillamente pensare come il percorso formativo e di vita di Beck e Watson abbiano avuto un certo peso nella loro definizione del paradigma Cognitivo Comportamentale, lo stesso si potrebbe dire per  Rogers e l&#8217;approccio Centrato sul Cliente, o di Perls per la Gestalt.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo che  scegliere una scuola di psicoterapia significhi anche poter cogliere quali sono le attitudini e i convincimenti (e interessi) personali rispetto all’uomo e alla propria vita mentale, chiarificare questo credo possa chiarificare di conseguenza (in parte) che cosa si sta cercando e che cosa si desidererebbe fare nell’ambito della cura attraverso la psicoterapia.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi fosse interessato ad avere informazioni riguardanti la Scuola di Psicoterapia ad approccio Integrato nella quale insegno può cliccare <a href="http://spic-acof.it">qui</a></p>
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		<title>Significato psicologico del primo attacco di panico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2014 22:06:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Riporto le considerazioni di Paolo Roccato sulla &#8220;Terribile prima volta degli attacchi di panico&#8221; Nell&#8217;angoscia di chi soffre di attacchi di panico, c&#8217;è sempre il riferimento a una terribile &#8220;prima volta&#8221;. Ed è rilevante che gli attacchi di panico successivi ad essa non sono tanto crisi di angoscia diretta, ma sono crisi di paura che si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Riporto le considerazioni di Paolo Roccato sulla &#8220;Terribile prima volta degli attacchi di panico&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;angoscia di chi soffre di attacchi di panico, c&#8217;è sempre il riferimento a una terribile &#8220;prima volta&#8221;. Ed è rilevante che gli attacchi di panico successivi ad essa non sono tanto crisi di angoscia diretta, ma sono crisi di paura che si riattivi l&#8217;angoscia di quella &#8220;prima volta&#8221;. Paura della paura. Una sorta di &#8220;paura di secondo grado&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che l&#8217;angoscia della &#8220;prima volta&#8221; è sentita come &#8220;non sopportabile&#8221;, come &#8220;insostenibile&#8221;. Così insostenibile, da non riuscire più neppure a pensarla. Il paziente tende a muoversi, e a far muovere chi si occupa di lui, sempre soltanto al livello della &#8220;paura della paura&#8221;, e mai al livello della &#8220;paura prima&#8221;, la quale è del tutto sfuggente, perché non si presenta più e il paziente riesce sempre ad evitarla, tanto che sovente non è neppure più pensata, ma soltanto nominata in modo implicito per accenni (&#8220;Quella cosa&#8221;, &#8220;Quello&#8221;). Bisogna ricordare che la traumaticità del trauma psichico risiede nella sua non pensabilità. Ma il non pensare un&#8217;esperienza la rende realmente non pensata, e questo la può consolidare nel suo statuto mentale di &#8220;esperienza non pensabile&#8221;. Cioè: la ri-consolida come esperienza traumatica. Nella mia pratica clinica, ho trovato che è sempre estremamente difficile riuscire a farsi raccontare per bene la fatidica &#8220;prima volta&#8221;, tanto che in certi casi mi era venuto perfino da ipotizzare che essa non si fosse mai verificata. Che avesse lo statuto di &#8220;evento mitico giustificazionistico&#8221;.(6) Si presentava come un&#8217;esperienza &#8220;vuota&#8221;. Priva non solo di connessioni con elementi del contesto o con elementi della storia personale contemporanea all&#8217;evento, immediatamente precedente o comunque antecedente, ma priva perfino di elementi interni all&#8217;esperienza medesima e di connessioni interne. Il fatto è che l&#8217;evitamento di tutto ciò che potrebbe reinnescare i processi &#8220;sconosciuti&#8221; che potrebbero portare a quella insostenibile angoscia è così forte e massiccio, che viene attuato anche al livello del pensiero. Diventa insostenibile anche il solo avvicinarsi al pensarla, la &#8220;prima volta&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene quasi sempre raccontata non come una esperienza, con tutta la portata vitale della soggettività; ma come un accadimento, con tutta la freddezza e il distacco della &#8220;obiettività&#8221;. O mancano gli elementi del contesto, o mancano gli elementi della storia precedente, o mancano gli aspetti dell&#8217;esperienza soggettiva in corso, o il racconto è del tutto devitalizzato, appiattito, quasi burocratizzato. Anche a questo proposito, io ritengo che queste non siano lacune del racconto o della ricostruzione o della memorizzazione, ma che si tratti di specifiche modalità realmente adottate allora nella strutturazione stessa dell&#8217;esperienza, di cui ora si cerca di parlare.</p>
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		<title>Cosa fare quando si ha un attacco di panico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2014 22:05:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questo articolo vorrei cercare di dare delle indicazioni utili alle persone che soffrono di attacchi di panico e non sanno cosa fare quando si manifestano. L’attacco di panico in sintesi lo si può pensare come l’avvento improvviso di uno stato emotivo molto intenso, che può essere vissuto dal paziente come la paura imminente di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In questo articolo vorrei cercare di dare delle indicazioni utili alle persone che soffrono di attacchi di panico e non sanno cosa fare quando si manifestano.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attacco di panico in sintesi lo si può pensare come l’avvento improvviso di uno stato emotivo molto intenso, che può essere vissuto dal paziente come la paura imminente di stare per morire o di stare per impazzire. La paura o il terrore sono accompagnati da alterazioni fisiologiche riscontrabili come: tachicardia, sudorazione, possibile disorientamento, a volte c’è la difficoltà a muoversi e in generale ci può essere un forte irrigidimento nei movimenti.</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">• Quando si ha un attacco di panico è bene sapere che tutto ciò che conferma la paura che si sta vivendo, tende ad aumentare e prolungare l’attacco. Durante l’attacco di panico c’è una credenza panica che prende il sopravvento, se si agisce in conformità a questa credenza la paura tende ad aumentare. In questo senso una delle condizioni di maggior aiuto nella situazione di panico è quella di poter avere un atteggiamento di osservazione accogliente. Se durante l’attacco di panico si cerca di avere un atteggiamento che agevoli il transito dell’esplosione emotiva, piuttosto che ostacolarla, se si riesce ad osservare quello che succede nell’esperienza piuttosto che agirla, allora il panico potrà avere meno preso su chi vive quell’esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si ha il panico l’esperienza soggettiva è quella di poter perdere i confini di Sé e di quella che normalmente è la propria esperienza del mondo. In questo senso l’esperienza del panico la si può pensare secondo due modalità soggettive:</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 30px;">• La prima è quella delle persone che per ritrovare un equilibrio necessitano di ripristinare un contatto con Sé stessi (In questo senso è utile poter individuare un luogo in cui potersi sentire sicuri, in cui fare qualcosa che può tranquillizzare. Va tenuto in considerazione che durante l’esperienza del panico si manifesta una certa ipersensibilità sensoriale, per cui di solito è utile per chi ha una modalità d’esperienza di questo tipo poter aver un luogo in cui gli stimoli sensoriali possano essere soffusi, non intensi).</p>
<p style="padding-left: 30px;">• Nella seconda modalità invece, le persone possono ritrovare una sorta di equilibrio nel contatto con una persona che si percepisce come molto protettiva e rassicurante (solitamente può essere un famigliare, il proprio partner, oppure un amico/a).</p>
<p>Va comunque ricordato che iniziare a gestire le situazioni di panico non significa guarire dagli attacchi di panico, spesso la sola gestione degli attacchi di panico se protratta nel tempo possono creare delle vere e proprie menomazioni sociali e/o innescare dei disagi interspersonali che possono portare alla compromissione dei rapporti affettivi, sociali e lavorativi.</p>
<p>Per approfondire si può leggere <a href="https://morenomattioli.it/significato-psicologico-del-primo-attacco-di-panico/">Il significato del primo attacco di panico </a></p>
<p>L'articolo <a href="https://morenomattioli.it/cosa-fare-quando-si-ha-un-attacco-di-panico/">Cosa fare quando si ha un attacco di panico</a> proviene da <a href="https://morenomattioli.it">Moreno Mattioli</a>.</p>
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		<title>Capire i sintomi degli attacchi di panico</title>
		<link>https://morenomattioli.it/capire-i-sintomi-degli-attacchi-di-panico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2014 18:14:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia e Panico]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riporto qui di seguito le considerazioni che Paolo Roccato fa sui sintomi da attacco di panico e sul significato che possono avere per chi ne soffre. &#160; L&#8217;esperienza di &#8220;insensatezza dell&#8217;esperienza attuale&#8221; Il paziente sembra tenerci moltissimo all&#8217; &#8220;insensatezza&#8221; dei &#8220;sintomi&#8221; di cui soffre. Vi sembra attaccato in modo terribilmente tenace, tendenzialmente refrattario a ogni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://morenomattioli.it/capire-i-sintomi-degli-attacchi-di-panico/">Capire i sintomi degli attacchi di panico</a> proviene da <a href="https://morenomattioli.it">Moreno Mattioli</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Riporto qui di seguito le considerazioni che Paolo Roccato fa sui sintomi da attacco di panico e sul significato che possono avere per chi ne soffre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L&#8217;esperienza di &#8220;insensatezza dell&#8217;esperienza attuale&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il paziente sembra tenerci moltissimo all&#8217; &#8220;insensatezza&#8221; dei &#8220;sintomi&#8221; di cui soffre. Vi sembra attaccato in modo terribilmente tenace, tendenzialmente refrattario a ogni sollecitazione a esplorare la sensatezza delle sue esperienze, mostrando un atteggiamento che ricorda per certi versi quello delle persone deliranti e che può logorare la pazienza dei terapeuti. Il fatto è che in lui è realmente deficitaria la capacità di connettere e di integrare gli elementi della sua esperienza emotiva: li percepisce come realmente scollegati tra loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Così può succedere che il paziente si senta non capito proprio quando si cerca di ricostruire la sensatezza delle sue esperienze, e questo perché il centro della sua esperienza sta proprio lì, nella insensatezza di quello che gli capita di vivere. Nella ricostruzione dei singoli episodi, gli va dato atto che quella dell&#8217;insensatezza era realmente la sua esperienza, e bisogna più e più volte, con infinita pazienza, mostrargli come le tessere del mosaico si possano comporre in una &#8220;figura&#8221; unitaria che è una esperienza emotiva del tutto adeguata, in quanto è del tutto corrispondente a ciò che egli stava vivendo in quel momento. Aveva tutte le ragioni di essere ansioso, o preoccupato o triste, o arrabbiato, o speranzoso o felice, o orgoglioso, o vergognoso, o in colpa, o annoiato, titubante, o quello che in quel momento era. L&#8217;esperienza emotiva non riconosciuta si è presentata a lui come una grandinata di sensazioni slegate, e per ciò stesso terrifiche.</p>
<p style="text-align: justify;">In un mio lavoro(5) ho presentato il caso di un paziente gravemente analfabeta per quel che riguardava il mondo delle emozioni: ridottosi a essere solo e sperduto nell&#8217;esistenza, aveva per caso incontrato due vecchietti che l&#8217;avevano preso a ben volere, quasi adottato, come degli amorevoli sostituti genitoriali. &#8220;Mi vogliono bene e mi piace andarli a trovare. Deve essere molto polverosa la loro casa, però&#8221;, ebbe a dirmi, più o meno, un giorno, con aria pensosa e preoccupata. &#8220;Credo di essere allergico alla loro polvere, perché, quando mi trovo lì con loro, che mi fanno accomodare in salotto e mi parlano, tutti carini con me, e mi fanno raccontare quello che mi succede, mi viene un&#8217;irritazione&#8230; in fondo al naso, dietro&#8230; e anche agli occhi&#8230; Ed è come mi mancasse il respiro, come se sentissi una specie di groppo alla gola&#8230; come una specie di irritazione&#8230; come un pizzicore, che mi fa aumentare le secrezioni del naso e degli occhi&#8230; e passo il tempo col fazzoletto in mano&#8230;&#8221;. &#8211; &#8220;Ma è commosso!&#8221;, mi venne da esclamare. Al che il paziente si sciolse in un&#8217;onda calda di pianto, riuscendo, forse per la prima volta, a riconoscere per intero una propria emozione, facilitato nello strutturare la percezione emotiva dal sentirsi da me riconosciuto in quell&#8217;esperienza. Prima, invece, cercando una sensatezza in ciò che andava vivendo allora e ricordando ora, aveva colto gli accadimenti psichici che si erano attivati in lui come &#8220;sensazioni&#8221;, e li aveva connessi tra di loro attraverso l&#8217;utilizzazione dei (da lui ben conosciuti) parametri sanitari come organizzatori dell&#8217;esperienza, strutturando la percezione come fossero &#8220;sintomi&#8221; somatici di un disturbo fisico: l&#8217;allergia alla polvere. Non riuscendo ad attivare l&#8217;intelligenza emotiva, che per lui da lungo tempo non era più una risorsa disponibile, per integrare i dati che aveva a disposizione non poteva fare nient&#8217;altro se non ricorrere alla sua intelligenza cognitiva. La quale, quando è attivata da sola, privata dell&#8217;apporto dell&#8217;intelligenza emotiva, rischia di rimanere del tutto &#8220;stupida&#8221; per quel che riguarda gli aspetti più vitali dell&#8217;esistenza.</p>
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		<title>Perchè vengono gli attacchi di panico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2014 12:28:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia e Panico]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[capire gli attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[fattori che favoriscono il panico]]></category>
		<category><![CDATA[paura e panico]]></category>
		<category><![CDATA[perchè viene l'ansia]]></category>
		<category><![CDATA[quando vengono gli attacchi di panico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblico di seguito la spiegazione di Paolo Roccato riguardante i processi psicologici che sono presenti nella comparsa degli attacchi di panico: La psicodinamica degli attacchi di panico è complessa, non nel senso di &#8220;complicata&#8221;, ma in quello di &#8220;molteplice&#8221;, &#8220;fatta di più elementi&#8221;. Due sono i livelli di malfunzionamento della mente in chi soffre di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblico di seguito la spiegazione di Paolo Roccato riguardante i processi psicologici che sono presenti nella comparsa degli attacchi di panico:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La psicodinamica degli attacchi di panico è complessa, non nel senso di &#8220;complicata&#8221;, ma in quello di &#8220;molteplice&#8221;, &#8220;fatta di più elementi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Due sono i livelli di malfunzionamento della mente in chi soffre di attacchi di panico: il livello della percezione delle emozioni e il livello della gestione delle emozioni. Questi due livelli sono tra di loro interconnessi. È ovvio, infatti, che non è possibile attivarsi se non per cercare di gestire gli accadimenti che si sono in qualche modo percepiti. Questi due livelli, però, hanno anche un certo grado di autonomia: il modello di gestione a suo tempo imparato e poi abitualmente adottato tende a essere adottato nuovamente, soprattutto nell&#8217;emergenza, anche dopo che si è appreso a decodificare gli accadimenti in modi più adeguati, ben differenti da quelli di allora. In ogni caso, però, i due livelli si influenzano reciprocamente, nello sviluppo e nel consolidamento, sia della patologia sia della terapia. Per esempio: se io non colgo le connessioni fra le sensazioni corporee che un&#8217;emozione mi dà, percepirò solo le sensazioni e non l&#8217;emozione, per cui se gestirò qualche cosa, cercherò di gestire quelle sensazioni e non l&#8217;emozione intera. Viceversa: se io gestisco come insensate le componenti corporee di una emozione, renderò più difficile un mio percepire la loro sensatezza nel tutto unitario dell&#8217;emozione. E se nella terapia imparerò a riconoscere la sensatezza delle mie esperienze, imparerò anche a gestirle meglio. Viceversa, se imparerò a gestir meglio le mie esperienze, sarò più facilitato nel percepirle più adeguatamente. Questo, in effetti, è quello che accade nella maggioranza dei casi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217; &#8220;analfabetismo emozionale&#8221;</strong> La più importante delle radici degli attacchi di panico è costituita dall&#8217;incapacità di percepire e riconoscere le emozioni, come conseguenza di una specie di &#8220;analfabetismo emozionale&#8221;, che si è strutturato progressivamente nel corso della vita, di pari passo con la strutturazione del Sé. Il paziente, non riuscendo a riconoscere l&#8217;emozione come un accadimento mentale unitario, percepisce slegate fra loro le singole espressioni fisiche di essa. È come se percepisse slegate tra loro le tessere di un mosaico. Non possono che apparirgli del tutto prive di senso. Ma il &#8220;mosaico&#8221;, che lui non riesce a integrare, e di cui non ha consapevolezza perché neppure lo percepisce, non è esterno a lui. Lo riguarda direttamente. È dentro di lui. Sensazioni, quindi, fortissime e insensate. È allora un tentativo di integrazione quello che il paziente fa, quando cerca di ricomporre le tessere &#8220;insensate&#8221;, trattandole come fossero &#8220;sintomi&#8221; di qualche guaio biologico. È l&#8217;attivazione di una intelligenza. Che però sbaglia. L&#8217;errore sta nel fatto che (almeno &#8220;localmente&#8221;, in quella specifica esperienza) non è disponibile una intelligenza emotiva, ma soltanto una intelligenza cognitiva, che si mette a osservare &#8220;dall&#8217;esterno&#8221;, alla lontana, e che quindi si muove come fosse sorda e cieca verso le emozioni in atto, perché, in questi casi, si attiva in modo scisso dallo stesso mondo delle emozioni che le si presenta.</p>
<p style="text-align: justify;">La percezione dell&#8217;esperienza è stata strutturata prescindendo proprio dall&#8217;emozione che si è attivata nell&#8217;esperienza medesima e che ne costituisce il nocciolo essenziale. L&#8217;emozione è stata, sì, percepita nelle sue singole componenti, ma è stata misconosciuta nel suo insieme. Percepita come fosse de-strutturata nelle sue componenti sensoriali, che sono rimaste tra di loro scisse. In quelle condizioni, la cosa più ragionevole che il soggetto, nella nostra cultura, può fare per strutturare una &#8220;figura&#8221; che si stagli sensata dallo &#8220;sfondo&#8221; indifferenziato è pensare di essere ammalato di una sconosciuta malattia fulminante. E si allarma, ovviamente. Con i dati al momento a sua disposizione, sta funzionando bene. &#8220;Fanno presto a dirmi: &#8216;non è niente&#8217;. Vorrei vederli io, cosa farebbero loro al mio posto!&#8221;, protestano i pazienti contro le pseudorassicurazioni profuse a piene mani da parenti, amici e, purtroppo, spesso anche dai terapeuti. Non trovando un nesso riconoscibile, il paziente si terrorizza, e, nella prospettiva di una imminente catastrofe, pensa (più precisamente: &#8220;sente&#8221;) come unica risorsa disponibile nell&#8217;immediato la fuga dalla situazione ansiogena, e come unica risorsa disponibile per il futuro la prevenzione, attraverso l&#8217;evitamento di ogni situazione potenzialmente ansiogena. Per questa strada, progressivamente, il paziente tende a proteggersi e ad evitare ogni situazione vitale, in quanto attivatrice di emozioni, col risultato di impoverire sempre di più la propria esistenza.</p>
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		<title>Cos&#8217;è l&#8217;attacco di panico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Oct 2014 17:41:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ansia e Panico]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[distinguere l'ansia dal panico]]></category>
		<category><![CDATA[informazioni sugli attacchi di panico]]></category>
		<category><![CDATA[paura di impazzire]]></category>
		<category><![CDATA[paura di morire]]></category>
		<category><![CDATA[riconoscere un attacco di panico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riporto in questo breve articolo la descrizione che Paolo Roccato fa delle fenomenologia dell&#8217;attacco di panico. Spesso le persone che per la prima volta sperimentano questo tipo di disturbo rimangono disorientate dal non capire quello che è successo loro. Partire da una buona informazione è il primo passo per affrontare nella giusta prospettiva la problematica. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Riporto in questo breve articolo la descrizione che Paolo Roccato fa delle fenomenologia dell&#8217;attacco di panico. Spesso le persone che per la prima volta sperimentano questo tipo di disturbo rimangono disorientate dal non capire quello che è successo loro. Partire da una buona informazione è il primo passo per affrontare nella giusta prospettiva la problematica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>L&#8217;ESPERIENZA DELL&#8217;ATTACCO DI PANICO</h2>
<p style="text-align: justify;">Un fulmine a ciel sereno. Un improvviso attivarsi, che appare totalmente &#8220;insensato&#8221;, di palpitazioni galoppanti, col cuore che batte all&#8217;impazzata, tremori, dispnea, affanno respiratorio, sensazione di soffocamento, dolore al petto, formicolio o torpore in qualche distretto corporeo, orripilazione, sudorazione fredda, brividi, vampate di calore, vedere o tutto nero o la luce che diviene abbagliante, vertigini, nausea, diarrea e incoercibile spinta a urinare, sensazione di vuoto alla testa e di sbandamento, senso di svenimento, derealizzazione (cioè: senso di perdita del contatto con la realtà), depersonalizzazione (cioè: senso di perdita del contatto con se stessi), paura di perdere il controllo o di impazzire: sensazione di stare &#8211; davvero &#8211; per morire. E angoscia.</p>
<p style="text-align: justify;">È la percezione di queste &#8220;sensazioni&#8221; che si presentano come fossero del tutto &#8220;insensate&#8221; quella che attiva l&#8217;angoscia. Per essere più precisi: che attiva lo stato di allarme, che sfocia in angoscia per la percezione di non sapere che cosa stia capitando, né, quindi, che cosa ci si possa fare. Questo è l&#8217;attacco di panico.(4)</p>
<p style="text-align: justify;">Un insieme di &#8220;sintomi&#8221; somatici e psichici che al soggetto appaiono del tutto &#8220;insensati&#8221; e che suscitano in lui una terribile angoscia, la quale, invece, è la sola cosa che gli si presenta come del tutto &#8220;sensata&#8221;. È ovvio, infatti, per lui, che qualcosa di grosso all&#8217;improvviso non va; che i segni di questo sono ultraevidenti e ultraallarmanti; e che sarebbe follia minimizzare uno sconquasso così devastante. Sono esperienze tremende, che fanno stare terribilmente male, e che, a propria volta, suscitano un&#8217;angoscia anticipatoria. I pazienti sono disposti &#8211; letteralmente &#8211; a tutto, pur di evitare di ritrovarcisi. Le strategie di evitamento preventivo tendono a diventare così massicce e pervasive, da portare progressivamente i pazienti a evitare ogni novità, ogni imprevisto: ogni occasione di vita, in fondo, con grave danno e grande infelicità per loro stessi e per le persone che vivono con loro.</p>
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		<title>Non piacersi e non accettarsi, il problema dell&#8217;immagine di sé</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Sep 2014 13:29:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia dell'Alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[guardarsi allo specchio e non piacersi]]></category>
		<category><![CDATA[immagine corporea]]></category>
		<category><![CDATA[problemi con la propria immagine]]></category>
		<category><![CDATA[quando non piace una parte del corpo]]></category>
		<category><![CDATA[rifiutare il proprio corpo]]></category>
		<category><![CDATA[rifiutare la propria immagine]]></category>
		<category><![CDATA[sentirsi brutte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’interno dei disturbi dell’alimentazione è molto frequente incontrare nelle giovani donne o nelle adolescenti, la problematica di non accettazione della propria immagine corporea.  Solitamente questa problematica nasce nel periodo dell’inizio dell’adolescenza (pubertà) e si traduce in un rifiuto e in una non accettazione di quelli che diventano dei cambianti corporei rilevanti. Le zone critiche che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>All’interno dei disturbi dell’alimentazione è molto frequente incontrare nelle giovani donne o nelle adolescenti, la problematica di non accettazione della propria immagine corporea.<span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
<p>Solitamente questa problematica nasce nel periodo dell’inizio dell’adolescenza (pubertà) e si traduce in un rifiuto e in una non accettazione di quelli che diventano dei cambianti corporei rilevanti.</p>
<p>Le zone critiche che spesso vengono investite da questi vissuti sono le gambe, la pancia, i fianchi e il seno….le zone del corpo che riguardano l’acquisizione della femminilità possono diventare il terreno di uno scontro psicologico con sé stesse molto forte. Il problema dell’iperattività patologica spesso nasce appunto da questo tipo di percezioni, le giovani ragazze anoressiche tramite il movimento continuo cercano di mantenere il peso sottocontrollo e allo stesso tempo cercano di modellare il proprio corpo, tentando di diminuire il volume delle forme corporee, spesso avendo come ideale quella che io chiamo la “forma del tubo”.</p>
<p>Nei disegni di queste pazienti è possibile osservare come tutto dovrebbe essere lineare, piatto, senza curve….anche lievi asimmetrie vengono percepite in modo fobico e suscitano angoscia, un angoscia che può spingere verso l’iperattività, ma anche verso altre pratiche di compensazione, come il vomito autoindotto o un abuso di lassativi. Anche nell’obesità esiste un problema dell’immagine corporea e dunque una non accettazione di sé. In questi casi invece, la percezione di un corpo che non piace, le forme che generano vergogna e la paura di giudizi negativi su di sé, spingono paradossalmente le ragazze o le donne obese a mangiare ancora di più, innescando un circolo vizioso in cui il non piacersi e il non accettarsi suscitano un rifiuto di sé che viene momentaneamente calmato attraverso un abbuffata che permette “di non pensare più a niente”, ma che come effetto secondario ha quello di incrementare sempre di più il peso, peggiorando così la propria immagine corporea e la propria condizione fisica.</p>
<p>Queste condizioni cliniche sono solitamente stati psicologici che necessitano di un trattamento psicoterapico molto specifico, il lavoro con l’immagine corporea è una delle sfide che i clinici si trovano ad affrontare nel lavoro quotidiano con le pazienti affette da DCA.</p>
<p>Nella mia pratica clinica trovo molto efficace un lavoro mirato sulle rappresentazioni mentali di sé orientato sulla pratica della mentalizzazione, questo è un lavoro che permette di focalizzare i vissuti che si sono legati a specifiche parti del corpo e ne permette una loro trasformazione, avviando il passaggio della percezione di parti del copro sentite come estranee ad una percezione di parti del corpo sentite come famigliari e come parti del proprio sé. Questo tipo di intervento è sicuramente utile anche in quelle pazienti che non hanno un disturbo del comportamento alimentare, ma che invece soffrono per una percezione del proprio corpo come insopportabile e inaccettabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Fate la Nanna&#8221;, Estivill ha ritrattato veramente?</title>
		<link>https://morenomattioli.it/fate-la-nanna-estivill-ha-ritrattato-veramente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Aug 2014 18:39:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Informazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Problematiche nel dormire]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare i bambini a dormire da soli]]></category>
		<category><![CDATA[bambini che riescono a dormire da soli]]></category>
		<category><![CDATA[cosa fare quando un bambino non riesce a dormire da solo]]></category>
		<category><![CDATA[libri su come aiutare i bambini a dormire da soli]]></category>
		<category><![CDATA[metodi per aiutare i bambini a dormire da soli]]></category>
		<category><![CDATA[metodo estivill]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro “Fate la nanna” è uno dei testi maggiormente conosciuti dai genitori che hanno dei bambini che presentano delle problematiche nel dormire da soli. Qui di seguito è possibile leggere ciò che l’autore sembra aver ritrattato (in parte direi io) quelle che erano le  indicazioni descritte nel suo libro. Cosa sembra dire Una cosa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro “Fate la nanna” è uno dei testi maggiormente conosciuti dai genitori che hanno dei bambini che presentano delle problematiche nel dormire da soli.</p>
<p>Qui di seguito è possibile leggere ciò che l’autore sembra aver ritrattato (in parte direi io) quelle che erano le  indicazioni descritte nel suo libro.</p>
<h3>Cosa sembra dire</h3>
<p>Una cosa vorrei sottolineare però (sempre che le dichiarazioni che possiamo reperire sui media siano complete) mi pare che l&#8217;autore in realtà non ritratti veramente, ma di base sembra suggerire che il suo metodo non può essere applicato ai bambini al di sotto dei 3 anni (a causa di un immaturità di tipo biologico dell’orologio interno) e che forse (aggiungo io) l’ambito di applicazione del metodo si restringe a quei bambini che soffrivano di insonnia infantile per abitudini scorrette.</p>
<p>Quello che è possibile leggere nel libro (per chi lo ha fatto) è quello di cogliere in sottotraccia quello che l’autore pensa dei bambini, dei processi di apprendimento e anche della loro psicologia.</p>
<h3>Cosa possiamo ipotizzare che  Estivill pensi dei bambini?</h3>
<p>Tutto il sistema Estivill si basa sull’idea (che lui afferma scientifica) ma che semplicemente abbraccia un approccio biologista della vita mentale, in cui “quasi tutto è determinato geneticamente” e che l’influenza psicologica delle relazioni “umane” è quasi nullo. Infatti nel suo metodo lui sostiene che il bambino “deve imparare da solo” ad addormentarsi, togliendo ogni valore alle relazioni con i genitori e con l’ambiente. Se è lodevole pensare che non è “giusto” colpevolizzare i genitori, è anche vero “che da un punto di vista psicologico” non è accettabile l’idea che le interazioni con le figure principali di “attaccamento” non influiscano sullo sviluppo psicobiologico del bambino. Ritengo utile sottolineare che non sono d’accordo con i principi psicologici che sono sottesi al suo metodo, i quali molto semplicemente non tengono in considerazione la matrice relazionale del sé e degli stati mentali del bambino, disconfermando (senza buoni motivi) la ricerca e la pratica della psicologia clinica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ecco i passaggi dell’intervista ad Estivill:</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Incredibile ma vero: quelle che si leggono nell’intervista digitale di ‘El Paìs’ del 27 settembre sono proprio le parole di Eduard Estivill, noto neuropsichiatra spagnolo che nel 1999 ha pubblicato un famosissimo libro sui metodi per ‘insegnare il sonno’ ai bimbi piccoli; un metodo che in sintesi suggerisce di mettere il bambino a letto ancora sveglio e di ‘educarlo’ ad addormentarsi da solo, attendendo intervalli di tempo ben precisi prima di ritornare da lui, anche se piange.<br />
Ebbene, rispondendo alle domande di alcuni utenti (in occasione, tra l’altro, dell’uscita di un suo nuovo libro rivolto stavolta al sonno degli adulti!), alla domanda 10, una mamma chiede da che età si può iniziare ad applicare il metodo e come si concilia con l’allattamento al seno a richiesta di un neonato.<br />
Questa la risposta di Estivill:<br />
“Di recente abbiamo pubblicato il libro &#8216;A dormire&#8217;, che costituisce un aggiornamento sulle conoscenze riguardanti il sonno infantile. In esso spieghiamo alcune regole per insegnare ai bambini a dormire correttamente conciliando l&#8217;allattamento al seno; infatti gli studi scientifici che abbiamo pubblicato sulla rivista spagnola di pediatria sono stati condotti in bambini allattati al seno a richiesta. Nel cervello dei bambini c&#8217;è un gruppo di cellule che è il nostro orologio biologico e che ci indica che dobbiamo dormire di notte e stare svegli durante il giorno. Come altre strutture del cervello infantile, questo orologio biologico alla nascita è immaturo. Pertanto i bambini dormono a tratti e, fino a sei mesi di età, non possono dormire di fila per tutta la notte.<br />
Le regole spiegate in &#8216;Fate la nanna’ valevano per i bambini a partire dai tre anni che soffrivano della cosiddetta insonnia infantile per abitudini scorrette’. Tali norme non possono essere applicate con i bambini più piccoli a causa dell&#8217;immaturità del loro orologio biologico. Occorre praticare altre routine, rispettando l’allattamento materno a richiesta per insegnare a questo orologio biologico a sincronizzarsi con l&#8217;ambiente e così raggiungere i sei mesi con un sonno notturno adeguato di circa undici ore e tre sonnellini durante il giorno: una dopo la prima colazione, una dopo pranzo e una dopo la merenda. Nel nostro libro &#8216;A dormire&#8217; spieghiamo queste nuove conoscenze scientifiche e diamo le linee guida appropriate perché il bambino, seguendo l’allattamento a richiesta, possa arrivare a strutturare correttamente il suo sonno”.</p>
<p>Per chi è interessato ad un punto di vista diverso sul come aiutare i bambini a dormire da soli può visionare il mio libro guida cliccando <a href="https://morenomattioli.it/come-aiutare-i-bambini-a-dormire-da-soli-la-guida/">qui</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://morenomattioli.it/fate-la-nanna-estivill-ha-ritrattato-veramente/">&#8220;Fate la Nanna&#8221;, Estivill ha ritrattato veramente?</a> proviene da <a href="https://morenomattioli.it">Moreno Mattioli</a>.</p>
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		<title>Cos&#8217;è la Depressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Moreno Mattioli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Aug 2014 09:42:39 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicoterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La depressione è un disturbo dell’umore molto diffuso. Ne soffrono circa 15 persone su 100. Si calcola che su 6 neonati, almeno uno soffrirà di depressione durante la sua vita. Il disturbo depressivo può colpire chiunque a qualunque età, ma è più frequente tra i 25 e i 44 anni di età ed è due [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La depressione è un disturbo dell’umore molto diffuso. Ne soffrono circa 15 persone su 100. Si calcola che su 6 neonati, almeno uno soffrirà di depressione durante la sua vita. Il disturbo depressivo può colpire chiunque a qualunque età, ma è più frequente tra i 25 e i 44 anni di età ed è due volte più comune nelle donne adolescenti e adulte, mentre le bambine e i bambini sembrano soffrirne in egual misura.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti quanti abbiamo l’esperienza di una giornata storta, in cui siamo giù di corda, tristi, più irritabili del solito e “ci sentiamo un po’ depressi”. Molto probabilmente non si tratta di un disturbo depressivo, ma di un calo d’umore passeggero. La depressione clinica invece presenta molti altri sintomi e si prolunga nel tempo. Chi ne soffre ha un umore depresso per tutta la giornata per più giorni di seguito e non riesce più a provare interesse e piacere nelle attività che prima lo interessavano e lo facevano stare bene. Si sente sempre giù e/o irritabile, si sente stanco, ha pensieri negativi, e spesso sente la vita come dolorosa e senza senso (“dolore del vivere”).<br />
L’episodio depressivo costituisce una delle esperienze peggiori che si possono avere nella vita. Ci si sente senza speranza, senza poteri né risorse, completamente impotenti difronte alla vita e alle persone. Mancano le energie per fare qualsiasi attività, fisica e mentale. E del resto niente sembra interessare più né in grado di dare piacere. Si guarda la propria vita e tutto appare un fallimento, un susseguirsi di perdite di cui spesso ci si sente colpevoli. Oppure si è convinti che la colpa sia degli altri, della vita, della sfortuna e ci si sente arrabbiati con tutto e tutti e si arriva a farsi terra bruciata intorno. L’isolamento è cercato e sofferto, e appare inevitabile.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">I sintomi della Depressione</h3>
<p style="text-align: justify;">I sintomi principali della depressione clinica sono l’umore depresso e/o la perdita di piacere e interesse per quasi tutte le attività che prima interessavano e davano piacere. Molto frequentemente si presentano l’anedonia (stanchezza, affaticamento, mancanza di energie) e la demotivazione. Oltre a questi sintomi, la persona depressa può soffrire di un aumento o una diminuzione significative dell’appetito e quindi del peso corporeo senza essere a dieta; può presentare rallentamento o agitazione motorie e disturbi del sonno (dorme di più o di meno o si sveglia spesso durante la notte o non riesce ad addormentarsi o si sveglia precocemente); può non riuscire a concentrarsi, mantenere l’attenzione e prendere decisioni. Il sintomo soggettivo prevalente è la sensazione di essere inutile, negativo o continuamente colpevole che può arrivare all’odio verso di sé; spesso sono presenti pensieri di morte o di suicidio, che possono andare da un vago senso di morte e desiderio di morire fino all’intenzione di farla finita con una vera e propria pianificazione e tentativi di suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">La caratteristica principale dei sintomi depressivi è la pervasività: sono presenti tutti i giorni per quasi tutto il giorno per almeno 15 giorni.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Come si manifesta la Depressione</h3>
<p style="text-align: justify;">E’ raro che una persona depressa abbia contemporaneamente tutti i sintomi riportati sopra, ma se soffre quotidianamente dei primi due sintomi su descritti e di almeno altri tre è molto probabile che abbia un disturbo depressivo.<br />
Spesso la depressione si associa ad altri disturbi, sia psicologici (frequentemente di ansia) sia medici. In questi casi la persona si deprime per il fatto di avere un disturbo psicologico o medico. 25 persone su 100 che soffrono di un disturbo organico, come il diabete, la cardiopatia, l’HIV, l’invalidità corporea fino ad arrivare ai casi di malattie terminali, si ammalano anche di depressione. Purtroppo la depressione può portare ad un aggravamento ulteriore, dato che quando si è depressi si ha difficoltà a collaborare nella cura, perché ci si sente affaticati, sfiduciati, impotenti e si ha una scarsa fiducia di migliorare. Inoltre, la depressione può complicare la cura anche per le conseguenze negative che può avere sul sistema immunitario e sulla qualità di vita già compromessa dalla malattia medica.<br />
I sintomi depressivi possono alternarsi, e a volte presentarsi in contemporanea, a sintomi di eccitamento (euforia, irritazione, impulsività, loquacità, pensieri veloci che si accavallano e a cui è difficile stare dietro, sensazioni di grandiosità, infinita potenzialità personale o convinzioni di essere perseguitati). In questo caso si tratta di episodi depressivi o misti all’interno di un disturbo bipolare dell’umore.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Decorso e conseguenze della Depressione</h3>
<p style="text-align: justify;">La depressione è un disturbo spesso ricorrente e cronico. Chi si ammala di depressione può facilmente soffrirne più volte nell’arco della vita. Mentre nei primi episodi l’evento scatenante è facilmente individuabile in un evento esterno che la persona valuta e sente come perdita importante e inaccettabile, nelle ricadute successive gli eventi scatenanti sono difficilmente individuabili perché spesso si tratta di eventi “interni” all’individuo come un normale abbassamento dell’umore, che per chi è stato depresso già diverse volte è preoccupante e segnale di ricaduta.<br />
Il disturbo depressivo può portare a gravi compromissioni nella vita di chi ne soffre. Non si riesce più a lavorare o a studiare, a iniziare e mantenere relazioni sociali e affettive, a provare piacere e interesse nelle attività. 15 persone su 100 che soffrono di depressione clinica grave muoiono per suicidio. Più giovane è la persona colpita, più le compromissioni saranno gravide di conseguenze. Per esempio un adolescente depresso non riesce a studiare e ad avere relazioni, e quindi non riesce a costruire i mattoni su cui costruire il proprio futuro.</p>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;"></h3>
<h3 style="text-align: justify;">Le cause della Depressione</h3>
<p style="text-align: justify;">Come per altri disturbi psichiatrici non c’è ancora una letteratura sufficientemente robusta e condivisa sulle cause del disturbo. Per spiegarle si fa di solito ricorso a modelli di tipo bio-psico-sociali. In generale, si può dire che cause della malattia sono molteplici e diverse da persona a persona (ereditarietà, ambiente sociale, relazioni affettive precoci, avere un caregiver depresso, lutti familiari, problemi di lavoro, relazionali, etc.).<br />
Le ricerche hanno scoperto due cause principali: il fattore biologico, per cui alcuni hanno una maggiore predisposizione genetica verso questa malattia; e il fattore psicologico, per cui le nostre esperienze (particolarmente quelle infantili) possono portare ad una maggiore vulnerabilità acquisita alla malattia. La vulnerabilità biologica e quella psicologica interagiscono tra di loro e non necessariamente portano allo sviluppo del disturbo. Una persona vulnerabile può non ammalarsi mai di depressione, se non capita qualcosa in grado di scatenare il disturbo e se ha relazioni buone e supportive. Il fattore scatenante è spesso qualche evento stressante o qualche tensione importante che turba la nostra vita e che è valutata il termini di perdita importante e non accettabile. Quindi si può trattare di un evento negativo di perdita (un lutto, la fine di una relazione, la perdita del lavoro, etc.) oppure un evento positivo ma sempre valutato come perdita (la nascita di un figlio che “toglie libertà”, la laurea in cui si perde lo status di studente, etc.) o la mancanza di eventi positivi per i quali ci si è impegnati tanto come per esempio una promozione. Mentre è piuttosto semplice individuare la causa che ha scatenato un primo episodio depressivo, lo è molto difficile quando gli episodi aumentano.</p>
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