Quando si arriva a rifiutare sé stesse

Il rifiuto di sé lo trovo prevalentemente nella psicologia femminile, ed molto presente nei disturbi alimentari e in alcuni specifici disturbi della personalità. Molto spesso le due problematiche si sovrappongono.

Il corpo

La prima forma di rifiuto si sé la incontro nella clinica, come rifiuto del proprio corpo. Le pazienti possono vedersi troppo grosse  troppo grasse, oppure si possono vedere troppo brutte e non piacersi. Il punto centrale è che esiste nella loro esperienza un troppo che le tormenta e che rende loro in alcuni casi addirittura insopportabile il vivere.

L’immagine

Il modo attraverso cui il corpo diventa insopportabile e molto spesso l’immagine, l’immagine che vedono allo specchio, o l’immagine che vedono riflessa in una vetrina di un negozio. Molto spesso dicono “mi faccio schifo”, e in fondo, anche se le altre persone dicono loro che sono belle (sia fuori che dentro), a loro questo non interessa. Ciò che interessa invece è ciò che pensano loro, e quello che pensano è che loro fanno schifo, che non si sopportano.

Le varie forme del disturbo

Le pazienti che non si sopportano, possono cominciare a mangiare poco o digiunare, in altri casi possono mangiare così tanto da deformare il loro corpo, “tanto faccio già schifo” potrebbero dire. Alcune si tagliano, o si scarnificano così tanto che debbono essere medicate, che i segni che si lasciano se li porteranno dietro per tutta la vita, quella vita che non capiscono come potrà essere vissuta.

Da sole le cose non possono cambiare

Spesso la solitudine, e la rabbia verso la vita costringono queste persone ai margini, ai margini della società, ai margini nelle amicizie e ai margini nella famiglia. Ma soprattutto per loro sembra precluso la possibilità di amare. Può sembrare loro impossibile amare o essere amate, in fondo “se faccio schifo chi può interessarsi di me” potrebbero pensare. Da questo circolo vizioso da sole non se ne esce. Per questo l’ascolto, l’incontro e il tatto psicoanalitico ritengo che siano una modalità efficace per creare le condizioni per il cambiamento.

Non volere cambiare

Il circolo vizioso diventa una gabbia mentale, un luogo dal quale non si può uscire. Chiedere aiuto è il primo passo, ma da solo non è sufficiente. Molto spesso il chiedere aiuto è indotto da un amico, un famigliare o un affetto. Ma quando si entra in terapia, si può fare la scoperta sconvolgente che non si vuole cambiare, e non lo si vuole, perché cambiare fa troppa paura. Nella mia esperienza clinica, la psicoterapia psicoanalitica è una modalità di cura che in grado di entrare in contatto con questa paura, è in grado di rassicurarla per incontrare quello che c’è oltre il sintomo del rifiuto di sé.

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