Psicopatologia del gioco d’azzardo

La psicopatologia del gioco d’azzardo è un male oscuro che colpisce molte persone; questo tipo di problematica spesso rimane latente e tende a confondersi con la normalità sociale, tant’è che una delle pratiche più diffuse è sicuramente quella del gioco legalizzato. Il gioco d’azzardo diventa patologico nel momento in cui “l’adrenalina” e l’eccitazione che il gioco da (sia nel vincere che nel perdere) si trasforma in una compulsione inarrestabile che spinge il “giocatore” a ripetere il rito del gioco in maniera indefinita.

E’ su questa base motivazionale che il giocatore d’azzardo spesso sperpera interi patrimoni (a volte indebitandosi enormemente) e spesso nascondendolo alle persone care. Il gioco nella fase patologica diventa spesso il preminente interesse di vita, gli affetti, le persone tendono a perdere il loro valore (sempre che lo abbiano mai avuto), e tutta l’ideazione viene rivolta al gioco, e al reperimento delle risorse economiche che permettano di giocare. Spesso come accade anche nelle tossicodipendenze, il giocatore può iniziare anche ad avere dei comportamenti illegali pur di poter “far soldi”.
Questa patologia è difficile da trattare perché il giocatore quando entra nel vortice della dipendenza patologica mina alla base ogni possibile critica al proprio comportamento, anche se ci sono dei sensi di colpa che possono presentarsi, la compulsione prende il soppravvento, giustificando ogni cosa, oppure introducendo l’illusione del “domani sarà l’ultima volta”.
Spesso le famiglie non si accorgono della problematica se non nel momento del dissesto finanziario, il pensiero e il modo di stare nelle relazioni del giocatore è basato essenzialmente sul meccanismo della negazione, è molto difficile per un giocatore d’azzardo patologico ammettere agli altri (soprattutto alle persone più care) il suo problema.

Quando un giocatore viene scoperto e viene spinto a fare un trattamento psicologico, spesso il paziente boicotta le cure, attraverso la falsificazione della storia personale, costruendo ad hoc un qualcosa che sia “buono” per il terapeuta e per i propri famigliari. Per questo motivo nel trattamento dei giocatori d’azzardo è necessario che vi sia un elemento “terzo”, magari non direttamente un famigliare, ma una persona che per il giocatore possa essere significativa e autorevole, che possa vigilare sul contratto terapeutico.

Nella mia esperienza è molto difficile aiutare un giocatore che “continua la sua dipendenza” patologica giocando anche durante la terapia. Un preliminare importante ad ogni trattamento delle dipendenze patologiche da gioco d’azzardo è quello di costituire un contratto terapeutico condiviso tra il paziente, giocatore e il “mediatore” in cui si stabiliscano i vincoli che permettano di arginare il comportamento del gioco, mettendo il terzo nella condizione di essere il garante che tale tipo di contratto “tenga”, ovvero che il paziente possa rimanere astinente dal gioco durante il corso della terapia. Solo questa condizione astinenziale, permette la possibilità di entrare in contatto con le aree di vita del paziente sofferenti che il gioco d’azzardo ha come funzione quella di coprire e manipolare.

Quando questo tipo di contratto non può essere mantenuto e rispettato, allora si apre spesso la necessità di un ricovero in una struttura residenziale dedita al trattamento di queste patologie, lo scopo del ricovero “comunque”, rimane quello di riformulare e permettere la tenuta di un contratto terapeutico basato sull’astinenza da gioco.

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